22 Maggio 2009
Ringrazio il Prof. Segrè per l’iniziativa di un momento di confronto globale dei candidati sui rispettivi programmi, sia per esigenze di chiarezza verso l’elettorato che per verifiche esplicite della compatibilità dei punti dei rispettivi programmi.
Ciò può favorire eventuali convergenze alla luce del sole in base alla compatibilità e complementarietà degli obiettivi e delle strategie per realizzarli.
In risposta ai tre temi cruciali sollevati dal prof. Segrè (Romagna, Amministrazione-Bilancio-Edilizia, e rappresentatività del Rettore per tutte le aree culturali), la posizione del Prof. Cantelli Forti, come risulta dal Programma in rete, è molto chiara:
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22 Maggio 2009
Prima di tutto desidero complimentarmi con l’ing. Giorgio De Rita per gli stimoli alla riflessione che la sua relazione, con i dati in essa contenuti, fornisce a tutti noi. Mi permetto di fare un’osservazione per arrivare ad alcuni quesiti. Nel 1983 J. Drews, Chairman della HOFFMAN – LA ROCHE, una delle maggiori case farmaceutiche mondiali, sentenziò che all’inizio del 2000 sarebbero sopravvissute a livello mondiale solo 5 o 8 grandi multinazionali del farmaco. La concentrazione delle aziende si è verificata, come Lei stesso ha affermato, per costi legati a questa tipologia di impresa che è assolutamente atipica. Infatti, l’industria farmaceutica può accumulare rapidamente grandi risorse, ma anche avere perdite altrettanto rapide, dati gli enormi costi necessari per lo sviluppo di un potenziale farmaco (oggi portare sul mercato una nuova molecola richiede circa 1,5 miliardi di euro). D’altra parte, la dice lunga il fatto che nessuno Stato investe con proprie aziende nella ricerca e nello sviluppo del farmaco. Purtroppo, dobbiamo registrare che nel territorio bolognese la ricerca nell’ambito del farmaco viene attualmente commissionata per trials clinici, cioè per studi di molecole che sono state sviluppate all’estero. Dobbiamo porci seriamente un quesito: abbiamo una Università in cui moltissimi ricercatori svolgono ricerche di base con idee e proposte per nuovi farmaci, ad esempio dal punto di vista chimico farmaceutico e farmacologico, ed inoltre si impegnano in studi internazionali per lo sviluppo di un farmaco in fase pre-clinica e in fase clinica: perché l’Ateneo non si è mai posto seriamente il problema di realizzare una struttura dedicata ed abbinata ad un incubatore di imprese? Perché le realtà economiche bolognesi e gli Enti locali non hanno promosso un tale sviluppo, partecipando alla realizzazione di progetti o facilitando la nascita di gruppi di piccole imprese (spin-off, CRO’s) che la globalizzazione ha imposto? Anche se negli ultimi decenni la politica delle grandi imprese farmaceutiche nazionali si è rivolta più all’acquisizione di prodotti dal mercato che alla ricerca e allo sviluppo di nuovi farmaci, sono nate moltissime piccole imprese di servizi per la ricerca e che operano a livello internazionale. Perché non ci poniamo oggi il problema cercando di portare anche Bologna nelle grandi piattaforme internazionali che la globalizzazione sta promuovendo? Proprio ieri sono andato al MIUR per collaudare all’Università di Tor Vergata un incubatore di imprese, il C4T. Tor Vergata non ha le pesanti tradizioni e il background di Bologna. L’Università di Milano sta favorendo il mondo farmaceutico con la collaborazione del Comune di Milano che ha dato la disponibilità di una fideiussione per realizzare un Polo del farmaco perché numerosissime imprese sono presenti nel territorio. Quest’ultimo fatto dimostra come l’economia della città deve essere in sinergia con l’economia dell’Università e come l’Università può fare l’economia della città. Mi sembra che tutto questo sia mancato a Bologna. Chiedo se è possibile tener conto di queste osservazioni nella sua relazione del prossimo anno e se posso fornirle dati internazionali che ritengo utili per allacciare i rapporti con il territorio. Grazie.
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